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Il nostro percorso lungo il fiume Adige vede la prima tappa in Piazza San Zeno, di fronte alla basilica romanica del patrono della città: sullo stesso sagrato, secondo le poche testimonianze dell'epoca, trovava posto già duecento anni prima dell'anno mille, un'importante fiera campionaria trasformata poi in festa religiosa del patrono quando furono portati e custoditi nella cripta della basilica i resti del santo pescatore.
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| Lunetta | ||
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Nella lunetta posta al di sopra del monumentale portale arricchito dalle tavolette bronzee, ritroviamo un'opera scultorea dell'artista Niccolò datate 1136-1138 che raffigura San Zeno mentre consegna ai milites, nobili a cavallo, e ai pedites, rappresentanti della borghesia, le insegne della città, un vexillum fregiato da una croce gialla in campo azzurro, degne di essere difese.
Ci troviamo all'interno dell'antica contrada della Beverara, attuale quartiere di San Zeno, una contrada popolosa posta al di fuori delle mura comunali, erette lungo l'Adigetto, il canale che univa il fiume da sinistra a destra trasformando la città in un'unica isola. Solo con la signoria scaligera anche questa contrada viene annessa all'interno della grande cinta muraria che protegge la città da sud a nord, da est ad ovest, un'opera monumentale iniziata da Alberto I della Scala e terminata da Cangrande della Scala.
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| Rigaste S. Zeno | ||
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La seconda tappa ci porta sulle Rigaste di San Zeno, l'argine sopraelevato sulla sponda destra del fiume. Da qui si può ammirare con facilità una torretta posta al centro del fiume: è rimasto ancora l'anello in ferro che sorreggeva la grossa catena che impediva la navigazione nelle ore notturne all'interno della città.
Qui le imbarcazioni, per lo più grossi zatteroni provenienti da Trento formati da pali d'abete legati insieme e che venivano sciolti e venduti come legname da costruzione nei pressi dell'Isolo, pagavano un dazio in funzione della merce trasportata e del numero di persone. Il viaggio aveva una durata di 36 ore, considerando che durante le ore notturne non era consigliata la navigazione.
L'argine del fiume, dove ora ci troviamo, era costituito, prima della piena del 1882, da una palizzata in legno (il termine rigaste sta a significare fila di pali secondo un'antico termine longobardo) a protezione delle grosse idrovore che incanalavano l'acqua verso la Beverara. Le idrovore ruotavano costantemente sotto la forza motrice dell'acqua, raggiungevano anche i 22 metri di diametro ed erano generalmente di legno di cipresso, particolarmente resistente all'umidità. L'impressione dei naviganti che solcavano il fiume era quella di trovarsi come di fronte ad un enorme luna park con maestose ruote panoramiche.
Proseguendo per la sopraelevata Via rigaste, si arriva nei
pressi del Castello scaligero, Castelvecchio, ed è qui che l'Adige si biforcava
per proseguire a destra sotto forma di canale, l'Adigetto, ora del tutto
interrato.
Il Castello scaligero fu costruito sulle fondamenta della chiesa di san Martino
in Acquaro: di questo termine ci sono due versioni differenti, ad guadum secondo
la denominazione latina ossia in quel punto era presente un attraversamento del
fiume o secondo un termine longobardo zona particolarmente acquitrinosa.
Venne costruito dall'architetto e ingegnere militare Bevilacqua per ordine di
Cangrande II della Scala (1351-1359) in un periodo in cui era preferibile per la
signoria difendere se stessa dall'insofferenza della città più che difendersi da
un attacco nemico: lunghe cortine merlate, sette torri angolari e un mastio
centrale dove si rifugiò Antonio della Scala prima di lasciare la città nella
notte del 19 ottobre 1387. Di li a poco infatti la città insorse per accogliere,
dopo una breve parentesi viscontea, la Serenissima repubblica di Venezia che
riportò pace e splendore per più di tre secoli.
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| Capitel de l'agnel | ||
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La terza tappa del nostro itinerario è il "Capitel de l'agnel", un capitello in pietra a lato della piazzetta posta di fronte al ponte della Vittoria, sulla cui cima siede una sorridente pecorella in pietra.
Il tenero quadrupede rappresentava nel medioevo il simbolo dell'Arte della Lana, una delle più influenti e prestigiose Arti del tempo, un'arte nobile alla quale era permesso persino detenere beni immobili e terreni. Verona era certamente la capitale europea nella produzione di tessuti pregiati, dalla seta proveniente dalle colonie orientali di Venezia alla lana: le piccole industrie sfruttavano la forza dell'acqua per far muovere macchinari adatti a battere ed ammorbidire i diversi tessuti. Sotto lo stesso capitello si davano appuntamento anche le lavandaie di Avesa prima di far ritorno al paese.
Proseguendo lungo il fiume ci si addentra nella contrada del
Sole, cosi denominata sin dai tempi dei romani, siamo infatti entrati già
all'interno della cinta muraria romana, perché sulle rive del fiume era stato
costruito un tempio dedicato ad Apollo, andato distrutto molto probabilmente da
una grossa piena.
Via Sole, vo' Sole e la chiesetta longobarda di santa Maria in Solaro, di questa
chiesa sono rimaste solo poche testimonianze, sono ciò che resta dell'antica
nome della contrada, sede nel periodo medioevale e rinascimentale per lo più di
abili artigiani che lavoravano l'ottone (via Ottolini) o che costruivano sedie
di ogni forma e figura (via Cadrega).
La quarta tappa ci vede ora sulla sponda di sinistra del fiume dopo aver attraversato il ponte Garibaldi, conosciuto un tempo anche con il nome di ponte degli "stracchi" per 2 grosse statue adagiate su di un fianco, ora scomparse. La sponda di sinistra vede affacciarsi sul fiume in corrispondenza dell'ampia ansa, la maestosa chiesa di San Giorgio in Braida e la splendida chiesa romanica di Santo Stefano.
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| S. Stefano | ||
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Una delle curiosità più strane di questa chiesa è il fatto che sulla sua facciata furono incise sui mattoni in tufo iscrizioni spesso in latino relative a fatti di cronaca particolarmente straordinari, come una grossa piena del fiume che aveva distrutto parte del ponte lapideum (Ponte Pietra) o al venuta di un potente imperatore qual'era Federico II arrivato a Verona con il suo seguito di soldati, elefanti, fiere e cavalli; l'iscrizione più recente appartiene al 1900 quando fece visita alla città il re d'Italia Vittorio Emanuele.
Saliamo ora sul Ponte Pietra da dove, oltre al Teatro Romano, si può immaginare di rivedere sulla sinistra la grande Isola fluviale, l'Isolo, diviso dalla terra ferma dal canale dell'Acqua Morta ora completamente interrato. L'Isolo, fronteggiato da una piccola isola di ghiaia, la giarina, era diviso in due parti: la parte a nord, l'Isolo di Sopra, era destinata soprattutto allo scarico e al taglio del legname proveniente dall'Alto Adige grazie alle zattere atesine mentre la parte a sud, l'Isolo di Sotto, era destinato alle lavorazioni ritenute per quel tempo inquinanti quali le tintorie, le concerie e il macello. Al centro dell'Isolo la chiesa di San Tommaso posta di fronte al Ponte Nuovo, nome quanto mai appropriato in quanto più volte andato distrutto e ricostruito. L'isolo di Sotto era invece collegato alla terra ferma dal Ponte delle Navi, formato da tre grandi arcate sul fiume Adige e la quarta sulla confluenza del Canale dell'Acqua Morta: dal Ponte si poteva accedere all'Isolo mediante una lunga scalinata.
Sul parapetto del ponte non saranno sfuggiti ai visitatori 2 grandi fori posti uno all'inizio ed uno alla fine del ponte verso la torre: da questi fori si trainavano le navi (i burchi) colme di sale che provenivano da Venezia e che risalivano la corrente dopo un viaggio che variava dai 10 ai 15 giorni a seconda del carico e della corrente.
La nostra quinta tappa ci vede di fronte alDuomo della città,
alto e imponente, e certo non sfuggirà la lunetta scultorea posta sopra il
portale che ricorda immancabilmente quella di San Zeno: in effetti si tratta
della stessa mano artistica e dello stesso avvenimento storico (la nascita del
comune di Verona) solo che sono cambiati i protagonisti, al posto del vescovo
moro Niccolò rappresenta una Madonna con il Bambino.
Si ripercorre ora la stessa strada verso il Ponte Pietra passando per via
Sabbionaia (zona di raccolta della sabbia di fiume nel medioevo), via Fontanelle
di fronte al Ponte Pietra (in questa zona passava l'acquedotto che convogliava
le acque verso piazza delle Erbe), Brà dei Molinari (luogo di raccolta dei
molinari che con i loro mulini ormeggiati sulla riva del fiume, macinavano
giorno e notte granaglie di ogni tipo per i fornai), via Sottoriva fino ad
arrivare alla Piazzetta Pescheria (non a caso nella zona circostante si trovano
vie quali via Trota, via Storione e anche via Gatto, immancabile ospite).
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| Piazzetta Pescheria | ||
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Da qui si prosegue lungo l'argine di destra fiancheggiando il ponte Nuovo e seguendo Lungadige Rubele fino al Ponte delle Navi. Legato al ponte delle Navi vi è una cronaca drammatica del 1775 che vede coinvolto un doganiere in servizio alla dogana del sale.
Quel giorno il fiume era particolarmente ingrossato per le forti piogge dei giorni precedenti e aveva rotto gli argini in più punti della città. Sulla torretta del ponte erano rimaste una dozzina fra donne e bambini quando ad un tratto il ponte cominciò a cedere sotto l'irruenza delle acque. Prese dal panico le donne non riuscivano a scendere dalla torretta per mettersi in salvo: fu grazie al tempestivo intervento di Rubele, salito sulla torre in fretta e furia, che il gruppetto riuscì a scappare giusto in tempo prima del crollo del ponte. Rubele fu subito incoronato eroe della città, soprannominato Leone della Valpantena e gli fu dedicata una via.
Il ponte delle Navi che prima del 1882 era formato da 4 arcate di cui l'ultima destinata al ricongiungimento del Canale dell'Acqua Morta al fiume quasi a perpendicolare all'isolo, era il punto di partenza e di arrivo dei Burchi, le imbarcazioni che arrivavano fino a Venezia cariche di tessuti pregiati e che ritornavano a Verona cariche di sale per tutto il nord europa.
Qui si conclude la visita a piedi della città mentre per coloro che vogliono proseguire in bicicletta è sufficiente seguire l'argine del fiume: dopo il ponte Aleardi, il ponte San Francesco e dopo essere passati sotto il ponte ferroviario, il percorso diventa sterrato e molto interessante dal punto di vista naturalistico. Il percorso segue l'argine naturale del fiume e si arriva agilmente dopo circa 30 minuti a Parco Bosco Buri presso il paese di San Michele. Qui si può ancora proseguire verso San Giovanni Lupatoto o ritornare in città.